Istituto David Chiossone onlus Cooperativa David Chiossone Presentano Quaderni di arte e riabilitazione n.1: L'Occhio del cuore L'Occhio del cuore Nel 1868 David Chiossone, medico e personalità importante nella vita culturale e politica genovese, fonda l'Istituto dei Ciechi, prendendo ispirazione dalle prime iniziative europee nel settore. L'Istituto fondato da Chiossone supera l'impostazione meramente pietistica ed assistenziale della cecità ed è rivolto all'istruzione dei giovani non vedenti quale mezzo per perseguire la loro piena integrazione nella società. Per oltre cento anni l'istituto Chiossone si sviluppa come collegio di istruzione rivolto a fornire ai ciechi la cultura e gli apprendimenti necessari all'integrazione lavorativa e sociale. La storia dell'Istituto subisce una forte innovazione negli anni settanta. Sotto la spinta del movimento di contestazione degli allievi ciechi, che rivendicano maggiori spazi di espressione e partecipazione alla vita sociale, l'Istituto inizia una profonda trasformazione che lo porta in pochi anni ad abolire le scuole interne e il collegio. La trasformazione dell'Istituto rappresenta la prima importante esperienza italiana di integrazione dei ragazzi ciechi in famiglia e nelle scuole ordinarie. Per supportare adeguatamente il processo integrativo l'Istituto Chiossone costituisce il primo centro italiano di riabilitazione visiva - che ottiene nel 1992 il convenzionamento con il servizio sanitario nazionale - dedicato ai ciechi ed agli ipovedenti di tutte le età, (a partire dall'età neonatale) e ai disabili visivi pluriminorati. Nel 1998, l'Istituto David Chiossone riacquista l'originaria forma associativa privata diventando un'organizzazione non lucrativa di utilità sociale. Nel maggio 2005 l'Istituto inaugura la nuova prestigiosa sede del Centro di Riabilitazione Visiva, specifica per l'Età Evolutiva, presso Villa David Chiossone in Corso Italia a Genova. Dal Cubo al Libro (A. G. Torti, Assessore Politiche sociali Provincia di Genova) L'Istituto David Chiossone sollecita da sempre la città e la provincia genovesi con iniziative e manifestazioni culturali che portano a riflettere sul contributo e la partecipazione del disabile al mondo della cultura. L'arte e la cultura espressi dal Chiossone non sono concepiti solo per il disabile, ma sono di stimolo per tutta la cittadinanza. L'occasione dell'inaugurazione del Cubo (la mostra multisensoriale allestita in occasione di Genova 2004), mi ha consentito di apprezzare gli alti contenuti delle sperimentazioni in ambito percettivo e in particolare sono stato colpito dal forte dialogo del mondo della disabilità con artisti di grande valore. Questo mi porta ad esprimere e consolidare forme e opportunità di sodalizio culturale e sociale tra la Provincia di Genova e l'Istituto. La nostra amministrazione ha apprezzato e partecipato con slancio ad un'altra tappa fondamentale del dialogo del Chiossone con la città: l'apertura della nuova sede del Centro di Riabilitazione Visiva per l'Età Evolutiva di Villa Chiossone. Con questa operazione è stato restituito a Genova un capolavoro architettonico del secolo scorso, trasformandolo in un centro che si occupa dei più piccoli e deboli, offrendo alte competenze riabilitative che portano il capoluogo ligure ad essere un punto di eccellenza nella riabilitazione visiva. Proprio da questo evento è nata la mostra "L'Occhio del cuore" che rappresenta un ulteriore prodotto della ricerca espressiva dei laboratori in cui si misurano i bambini e i giovani disabili visivi. Da questi due avvenimenti, l'inaugurazione del Centro e la mostra, ha preso vita anche un primo progetto di Casa Editrice, costituita dalla Cooperativa Sociale di tipo B "David Chiossone", pronta a promuovere e divulgare sperimentazioni artistico-culturali nonché riflessioni sui processi d'indagine delle varie forme di conoscenza in area scientifica. La Cooperativa, nata su iniziativa dell'Istituto per l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate, è stata fin dai suoi esordi seguita con interesse dalla Provincia di Genova, che condivide e approva lo spirito di integrazione e partecipazione attiva che hanno portato alla costituzione di questa nuova realtà genovese. E' con questo spirito che ci auguriamo che questa pubblicazione possa essere di stimolo per nuove interessanti iniziative culturali. Gli occhi del Chiossone (C. Cassinelli, Presidente Istituto David Chiossone onlus) L'Istituto Chiossone ha sempre cercato di far conoscere i progetti e le attività che realizza. Nel corso della sua storia ha utilizzato strumenti diversi. Negli ultimi dieci anni ha promosso una manifestazione-convegno annuale denominata "L'Occhio della Mente". Questo è un "occhio" che non vede in modo tradizionale ma comunque percepisce, immagina, riflette. Abbiamo fatto riferimento a questa metafora per rappresentare un'occasione di confronto con il mondo dei non vedenti, sconosciuto ai più e affascinante. In questi anni "L'Occhio della Mente" è stato per l'Istituto un momento importante di crescita, dialogo e comunicazione. Ora il Chiossone apre un altro "occhio": questa pubblicazione che denominiamo appunto "L'Occhio del Cuore", uno strumento aperto anche a comunicare le emozioni e il calore del rapporto umano. Mente, cuore, ragione e sentimento, scienza e umanità: due aspetti indissolubili della natura umana che vogliamo siano consapevolmente alla base del lavoro del Chiossone. In questi ultimi anni, in Italia e nel mondo sviluppato, sono sorte e moltiplicate iniziative diverse e anche sorprendenti col proposito di mettere in relazione i vedenti con il mondo dei ciechi, e viceversa, utilizzando contesti sportivi o iniziative culturali e del tempo libero. Vorremmo che "L'Occhio del Cuore" si facesse interprete di queste esperienze in quanto non esprimono bisogni falsi o superflui ma il desiderio dei ciechi di sentirsi il più pienamente possibile partecipi della vita di tutti e il desiderio dei vedenti di sentirsi vicini, in qualche modo partecipi e solidali verso i disabili visivi. Vorremmo che questa pubblicazione ci aiutasse ad esprimere il particolare indirizzo dell'esperienza del Chiossone che è riassumibile nella metodologia della RIABILITAZIONE VISIVA, come strumento per rendere effettivo il diritto all'integrazione, e nella pratica dell'ARTE come spinta non solo alla fruizione senza barriere ma anche come modalità espressiva che non deve essere preclusa al disabile visivo. Vorremmo che questa pubblicazione affrontasse anche due questioni fondamentali per la condizione della minorazione visiva: lo stato della ricerca scientifica e tecnologica sulla materia e la promozione dei servizi di prevenzione e riabilitazione nei paesi sottosviluppati, tenendo conto che in molti casi, nel mondo così detto sviluppato, e anche in Italia, esistono situazioni di gravi carenze e disagio per i ciechi e gli ipovedenti. Con questi propositi auguriamo quindi all' "OCCHIO DEL CUORE" di riuscire ad esprimere la singolare occasione d'amicizia tra ciechi e vedenti costituita dal Chiossone. Approccio all'arte: il metodo Chiossone (S. Noberini) La collana prende vita dal denso e maturo percorso iniziato nel 1990 con il progetto "Sperimentare la Percezione", delle esperienze dei laboratori di creatività. Il processo di approccio all'arte, quale terreno fertile per gli affrancamenti dei disabili nell'area dell'autonomia e dell'integrazione culturale, ha consolidato il metodo dello scambio esperienziale con esperti, artisti, personalità del mondo della cultura (attori, scultori, scenografi, registi, musicisti, giornalisti, scrittori). Il Chiossone ha aperto i propri spazi a numerose e molteplici attività d'arte fruite da tutti i disabili, nelle diverse fasi di età, rivolte a tutte le forme di disabilità. I bambini, i ragazzi, gli adulti sono attori degli incontri con gli artisti e danno sostanza tematica, ritmo a tutte le esperienze. L'artista al termine dei suoi interventi riconosce e dichiara di essere beneficiario di nuovi stimoli e sollecitazioni creative, nonché di maggior sensibilità all'incontro: l'arricchimento reciproco da parte dei partecipanti ai laboratori, degli artisti non limita anzi crea dialogo con gli operatori e con le famiglie stesse, pronte a suggerire e richiedere nuove sperimentazioni. In questo consiste il metodo Chiossone: creazione di nuovi contagi e aree di indagine ed esperienze, adottando quale propria filosofia la convinzione che non vi è certezza professionale se non nell'apertura e nell'accogliere valori culturali, competenze da forme di pensiero, di esperienze della comunità sociale più aperta. Conoscere e far conoscere e quindi partecipare ai processi vivi della cultura e del vivere sociale. Il metodo ha provocato riflessioni in altre città (Torino), che in alcuni casi hanno richiesto interventi, progetti per l'esportazione del bagaglio del Chiossone. Il quaderno invita a riflettere, pensare, discutere e favorire la ricerca di nuove attività con la partecipazione di chiunque suggerisca, apporti idee feconde per esperienze di dialogo ed incontri. I Valori dei Laboratori espressivi (E. Delpino) Il Centro di Riabilitazione per le Disabilità Visive dell'Istituto David Chiossone attraverso laboratori espressivi ha favorito l'incontro tra la riabilitazione e l'arte e quindi tra istanze di autonomia e l'espressione del sé attraverso l'atto creativo. Abbiamo guardato e pensato il disabile visivo in un prospettiva stimolante ed arricchente, quale soggetto non solo fruitore dell'arte ma come soggetto "attivo". Si è evidenziato che l'originale "triade" che si viene a formare: riabilitatore - utente - artista, favorisce la messa in atto di meccanismi percettivi, processi cognitivi quali l'immaginazione, la memoria, il linguaggio, la creatività e le componenti motivazionali, emotive, attitudinali per arrivare alla "produzione" quale capacità rappresentativa, grafica e simbolica. Anche l'ultimo laboratorio effettuato con l'artista Danièle Sulewic ha favorito lo sviluppo di istanze psicologiche fondamentali quali la capacità di mantenere un assetto psichico stabile sufficientemente armonico, lo sviluppo di processi di conoscenza di sé e degli altri ed un rinforzo del percorso riabilitativo individuale in atto. Laboratori di Fantascienza (F. Danovaro) "... ma questo cos'è, un laboratorio di fantascienza?" Gerard, 8 anni Prendiamo i nostri giocattoli, anche quelli rotti o quelli con cui non giochiamo più da tempo, o quelli, al contrario, con i quali amiamo giocare ancora. Prendiamo una scarpa, un paio di occhiali. E già qui si pone un contrasto: "Che c'entra?" Prendiamo un gruppo di bambini. E questo potrebbe essere una risposta: gioco, fantasia, invenzione... Ma prendiamo un gruppo di bambini ipovedenti: 20 occhi che vedono il mondo in 10 modi diversi, chi buio, chi sfuocato, chi annebbiato, chi a macchie, chi con colori sfalsati, chi troppo lontano... Gli occhiali hanno adesso assunto un significato diverso, quasi grave. Con gli occhiali non si gioca, anzi. Gli occhiali, amati-odiati, sono i servitori-padroni del nostro vedere il mondo, noi stessi, gli altri, le cose. A volte fanno parte di noi, né più né meno come unghie e capelli. E le scarpe servono per camminare. I giocattoli per giocare: alla guerra con i carri armati, alla fattoria con gli animali, e via dicendo. Aggiungiamo alla miscela Danièle Sulewic, scenografa, costumista, artista creativa con i più diversi materiali e con le più varie esperienze di gruppi e di workshop. In cerchio, bambini e adulti giochiamo prima con le parole, con i suoni dei nostri nomi con la scusa apparente di conoscerci. C'è chi grida il suo nome, chi lo scandisce con calma, chi lo sussurra appena percettibilmente. Aggiungiamo il movimento e abbiamo le prime sorprese: invenzioni di forme con le braccia, di salti, di veri balletti. Tutti hanno commenti da fare e creare una minima unità in un gruppo così eterogeneo. Ma attraverso lo stimolo del gioco tutto si ricompone e nelle tre giornate a seguire il rispetto delle reciproche caratteristiche è in costante aumento come l'amalgamarsi dei caratteri e il mescolarsi degli oggetti, un "nostro" al posto del "mio" e "tuo". I bambini corrono a curiosare nelle grandi borse "magiche" di Danièle dove anche le scarpe e gli occhiali diventano giocattoli tra i giocattoli, ma ancora più interessanti e buffi perché creati da noi e continuamente rinnovabili. Con carta e colori avvengono le prime trasformazioni di oggetti e di idee: prima "Che schifo", "Chissà che puzza". Dopo "Non sapevo che si poteva mettere la colla sulle scarpe". Ma c'è anche chi non batte ciglio nello spalmare minuziosamente con il pennello tempera arancione su un sandalo di tela bianca, come se fosse la cosa più naturale del mondo e, anzi, prosegue dalla tomaia al tavolo in un continuo di piacere senso motorio. Un dinosauro si arrampica sulla punta di una scarpa dipinta di verde come se fosse una roccia, un delfino guizza dentro un'altra scarpa ancora, come nella vasca di un acquario. Un mocassino ha due occhi-bottoni e sembra una faccia maligna con la linea della suola che ghigna come una bocca. Però se ci aggiungo gli occhiali... diventa subito ridicola e tenera. Tutto (o quasi) è permesso. Almeno qui. "Ma questo cos'è, un laboratorio di fantascienza?" Per stimolare l'inventiva e scatenare la curiosità Danièle porta libri illustrati dove altri si sono sbizzarriti in quello a cui ci accingiamo. Le immagini sono proiettate sul monitor del computer, ingrandite per essere viste da tutti, insieme. I commenti fioccano: una scarpa può sembrare un animale, un pesce: il pesce-scarpa. Una ciabatta diventa uno strumento musicale, una barca a vela, ma al di là di ciò che vogliono imitare, colpisce ciò che sembrano ai bambini: un pianeta disarmato, un'astronave, un porcospino... "Un bambino non si chiede perché gioca" G. Rodari. Il laboratorio con Danièle! (P. Esposto, A. Muzzi, L. Puglisi) Il Centro Diurno "La Giostra" da sempre ha lavorato con artisti dando vita a dei laboratori creativi diversificati. Quest'anno abbiamo organizzato assieme a Danièle Sulewic un laboratorio molto particolare: utilizzare le scarpe come manufatto artistico da associare ad altri oggetti, da manipolare e colorare. Il laboratorio è stato organizzato sulla base di circa otto incontri, due volte alla settimana con l'obiettivo di arrivare a creare degli oggetti da poter successivamente esporre. Oltre ai dieci ragazzi della "Giostra" Giorgio, Laura, Barbara, Lorenza, Nicholas, Laura, Daniela, Sonia, Roberto e Alessandra hanno partecipato al laboratorio i tre operatori del centro e due tirocinanti nostri collaboratori. Il primo giorno abbiamo incontrato Danièle che ci ha informati che l'oggetto principale del suo laboratorio erano "le scarpe", che cosa ci diceva questa parola? "Ma le scarpe servono per camminare!" "Io di solito me le infilo nei piedi, le uso solo così!" "Strano dipingere e paciugare le scarpe!" "Giochi, scarpe e colori insieme ma che idea é?" "Le scarpe sono noiose da allacciare!" "Mi piace comprarle nuove nei negozi." Il nostro compito per l'incontro successivo era raccogliere scarpe e giocattoli vecchi. Una volta sparsi sul tavolo dovevamo "giocare" a metterli insieme usando la fantasia per abbinarli. Per aiutarci in questa nuova esperienza Danièle ci ha fatto per prima cosa impastare sabbia e colla da una parte e dall'altra creta e acqua, materiali che noi usiamo abitualmente ma era davvero strano doverli spalmare sulle scarpe che a casa siamo abituati a lucidare. Da qui sono nate delle buone idee: "La montagna di dinosauri", "La sabbia dei deserti"... Ad ogni incontro le nostre idee si allontanavano sempre di più da quelle iniziali di utilizzo delle scarpe solo come strumento che ci aiuta a camminare. Mentre la nostra fantasia, con l'aiuto di Danièle, si sviluppava, i nostri lavori cambiavano aspetto e quello che avevamo pensato come il deserto si trasformava in un planisfero. Poi abbiamo trovato tra i giochi due ninja e allora è diventato un campo di battaglia lasciando in ricordo le due idee precedenti, uno scorpione e delle cartine geografiche. Fino all'esposizione finale dei lavori nulla era deciso, a volte durante un solo incontro uno zoccolo cambiava colore e aspetto tre volte poi quando tutti eravamo compiaciuti dell'evoluzione ultima lo incollavamo. Il gioco era così frenetico e divertente che in men che non si dica ogni scarpa e gioco aveva trovato una sua identità e collocazione. Un cuore con gli occhiali (L. Del Papa, I. Franceschi, L. Lucagrossi) Il momento iniziale della presentazione della propria persona ha caratterizzato in maniera significativa ognuno dei due incontri in cui ha "preso forma" il laboratorio creativo di manipolazione con la scenografa e costumista Danièle Sulewic. Non si è trattato evidentemente di una fase preliminare e preparatoria finalizzata all'introduzione nell'attività di laboratorio ma l'inizio dell'attività stessa, il cui risultato, sia in termini di produzione che di elaborazione, avrebbe inciso in maniera indelebile sull'esperienza globale. E' stato chiesto ai componenti del gruppo di presentarsi agli altri liberamente e poi di farlo emozionalmente, scegliendo un suono, un fonema, una parola, una breve frase da "interpretare" a proprio piacimento con cui proporsi agli altri. Il livello di partecipazione ed entusiasmo era alto e i ragazzi hanno creato nuove situazioni ludico-espressive dando sfogo alle emozioni. La fase della presentazione ha impegnato una buona parte del primo incontro ed è stata indispensabile per creare l'aggancio con se stesso e favorire il contatto con gli altri; ciò è particolarmente utile quando si opera in un gruppo di adolescenti quindi, tendenzialmente caratterizzato da un alto livello di inibizione e un basso grado di autoaccettazione. In seguito, é stato chiesto ai ragazzi di "ripensare" un oggetto di uso quotidiano, stornandolo dall'uso comune, lasciando spazio a fantasia e immaginazione. L'attenzione si è focalizzata sull'occhiale. I ragazzi hanno potuto esprimere il loro "punto di vista" andando al di là del concetto di visione, intesa come percezione visiva, esprimendo, il loro "sguardo" sul mondo. Il gruppo, composto da sette giovani dai 16 ai 20 anni ipovedenti e non vedenti, era disposto attorno ad un tavolo: spazio di condivisione, sul quale sono stati rovesciati occhiali di forme, materiale e colori vari. Gli occhiali sono stati toccati, esplorati, provati e scambiati finchè ogni ragazzo ha scelto il paio ideale. Successivamente sono stati presentati oggetti di uso comune come scarpe, pupazzi, scopette, animali che in comune avevano il fatto di essere "occhialuti"; così composti si presentavano come nuove oggetti, curiosi e divertenti, capaci di accendere la voglia di farli propri e di stimolare la capacità di autoironia: "se anche una scarpa può essere bella o una scopetta, più simpatica con gli occhiali su, posso esserlo anch'io!". Tra le più diverse composizioni ha riscosso particolare successo il cuore con gli occhiali; ognuno avrebbe voluto averne uno proprio. Il cuore, l'organo che più partecipa alle nostre emozioni e sentimenti, dietro un paio di occhiali, (occhiali per vedere meglio, occhiali per schermare la luce del sole, occhiali scuri per nascondere gli occhi o per non farsi riconoscere), sembra quasi la metafora dei nostri ragazzi. Il primo incontro termina con il proposito di realizzare, ognuno per se', un cuore con gli occhiali. Al secondo appuntamento Danièle si presenta con sette cuori rossi di legno compensato ma prima di iniziare a realizzare gli occhiali invita i ragazzi a toccare il proprio volto e a seguire il contorno degli occhi, per aver ben presente la loro forma e grandezza. Dopodichè si procede alla loro rappresentazione, sagomandoli con carta. Gli occhi vengono applicati sul cuore e sopra sono disposti gli occhiali realizzati con fil di ferro e con forme diverse. Le bacchette degli occhiali sono fissate dentro due incisioni fatte ai lati del cuore. Oplà! Il prodotto è finito ma soprattutto: grande soddisfazione per il lavoro svolto, desiderio di mostrarlo agli altri, condivisione di un'esperienza piacevole dall'inizio alla fine e la voglia "irriverente", tipicamente adolescenziale, di "riderci su", perché quegli occhiali hanno un'aria timida e simpatica, impacciata e curiosa, in cui ognuno si ritrova e poi sono belli, nella loro diversità! L 'Occhio del Cuore (D. Sulevic) L' Istituto Chiossone tramite Sergio Noberini mi ha proposto una collaborazione per realizzare un evento in occasione dell'inaugurazione della sua nuova struttura in Corso Italia. La bellissima Villa Chiossone con vista sul mare non sarebbe stata ancora arredata in occasione della presentazione al pubblico e quelle stanze vuote suggerivano delle installazioni da realizzare con dei laboratori di utenti dell'Istituto, mentre il giardino doveva essere un luogo per un'animazione giocosa riservata al pubblico dei bambini. Ho pensato di lavorare con oggetti recuperati, di uso quotidiano, tra arte e vita, spezzoni del mondo immersi nella dimensione dell'arte. Un assemblaggio di materiali di varia provenienza, collegati tra loro non solo per integrazione ma per associazione. Mi sono ispirata a numerosi artisti ed in particolare a Louise Nevelson per le sue grandi composizioni monocolore, ai quadri /collage di Joseph Cornell e alle scatole di sardine o le valige dipinte e popolate di ceramiche di Ansgar Elde, senza dimenticare il mondo del collage fantasioso ed incisivo di Emanuele Luzzati... Ho scelto come primo oggetto di gioco le scarpe che sono appendici quotidiane del nostro corpo e raccontano di noi, dei nostri desideri e dei nostri viaggi. La mia riflessione sulle scarpe è cominciata visitando un lontano parente a Sydney. Di mestiere faceva calzature e nel suo laboratorio aveva conservato tutte le anime di legno sulle quali da una vita costruiva scarpe di pelle spesso ortopediche. Scaffalature intere di piedi, di cui lui ne aveva seguito la crescita e le malformazioni dalla nascita alla morte. L'umanità che emanava da questo racconto visivo è stato l'inizio delle mie raccolte di racconti e di materiali sulle scarpe. Un giorno nel mio laboratorio, poggiando un paio di occhiali su un sandalo vidi una strana faccia che mi guardava ed ecco l'elemento-anello che mi mancava: gli occhiali. Lavorando con gli occhiali il progetto diventava proprio del Chiossone: ho scelto di lavorare sull'occhio e lo sguardo per conoscere e affrontare una difficoltà che spesso in questo caso diventa un tabù. A me non dispiace portare gli occhiali ma non per tutti è così e quindi ho pensato allo stravolgimento dell'oggetto: aggiungendo grandi bottoni gli occhiali si trasformano in occhi, con pezzi di pelliccia, cravatte, battipanni, pennellesse ...diventano personaggi. Questi strani personaggi occhialuti mi hanno aiutato a fare dialogare i bambini introversi e a fare ridere gli altri utenti. Ho poi introdotto il cuore seguendo un'intuizione che mi ha fatto riflettere sulla capacità di usare tutti i sensi e soprattutto il guardare con il cuore. In particolare mi sono ispirata a "Il piccolo Principe" di Saint-Exupéry e alla frase "ma gli occhi sono ciechi". Bisogna cercare con il cuore...è molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi...". Ho poi creato sedie e scale allegre fasciate di strisce di stoffe colorate di varie tonalità. Ho lavorato su vari livelli: per chi fa e per chi guarda, ma la costante doveva essere il divertimento: il piacere di pasticciare per alcuni, la sorpresa del trasgredire, la gioia e la socializzazione, la fiducia e il protagonismo. Dovevo trovare il modo di coinvolgere gli utenti di varie fasce di età. I "grandi" avrebbero collaborato alla costruzione della mostra per i bambini, mentre agli eterni "ragazzi" della Giostra ho chiesto "una manovalanza" e il gruppo affiatato ed allenato ha risposto ad "occhi chiusi" alle mie richieste di ricoprire scarpe con una mistura di terra, sabbia e vinavyl. Fra gli oggetti quotidiani ho scelto dei giocattoli fra i quali animali "schifosi e striscianti", ho smontato macchinine per usarne le ruote... (destrutturare e ricostruire) perché riconducevano me, gli utenti e gli spettatori nel mondo dell'infanzia; un mondo non infantile ma portatore di energia, fantasia e sogni. Ho avuto la fortuna di collaborare con degli straordinari operatori professionali, dispostissimi a seguirmi e bravissimi tecnicamente. In passato ho lavorato con disabili con vari livelli di disabilità e in varie realtà territoriali e artistiche (teatro di Roma, Matera, Cuba). Per me questo è sempre stato un modo di dare e ricevere: io lavoro con le persone e non con la loro patologia cercando di rimanere nel ruolo di artista e non di sostituirmi all'operatore. Il mio ruolo come artista infatti non è dì fare terapia, ma di aprire delle possibilità espressive, di comunicazione e offrire un nuovo modo di vivere le cose quotidiane trasformandole con ironia e fantasia. L'esperienza è stata intensa, molto coinvolgente per me: si è svolta in soli 3 mesi che però mi hanno indotto a molte riflessioni e interrogativi. Per esempio a chi non vede come puoi spiegare cos'è una lucertola? Il grido di V. quando ho raccontato del tonfo della lucertola che cade dal muro nel silenzio della campagna mi ha molto toccato perché mi ha fatto capire la mia fortuna di vedere e la mia difficoltà a trasmettere la poesia di un mondo con le parole, io che come artista parlo per immagini. Assemblare e associare per me è un metodo di lavoro e di pensiero che passa tramite il guardare e il vedere, ma com'è la conoscenza e il pensiero di chi ha difficoltà visive? Questa esperienza ha cambiato il mio modo di vedere. Fotografare il laboratorio (A. Rizzerio) Di un artista come Danièle si coglie, mi verrebbe da dire, innanzi tutto l'anima, poi la sua individualità, il carattere, le abitudini. Durante il nostro primo incontro le chiesi il permesso di fotografare un'installazione che aveva attirato il mio sguardo. Lì c'era qualcosa, non so cosa, di cui avevo bisogno. Ho passato molto tempo a cercare di capire come maneggiare al meglio la macchina fotografica pensandola come strumento di registrazione. Agire bene tecnicamente, non v'è dubbio, costituisce una necessità, ma deve occuparmi il meno possibile, come fosse un movimento involontario, automatico. La mano del tennista sa come impugnare la racchetta per ottenere un certo effetto, i piedi sanno disporsi sul terreno. Inquadrare un soggetto, invece, mi porta all'interno del suo spazio dove rimango finché non trovo ciò che voglio estrarre e che con il primo sguardo avevo soltanto potuto intuire. Perciò fotografare mi costa fatica, è come la conoscenza intima di una persona, richiede impegno e dedizione. Con la macchina fotografica l'occhio della mia mente vede meglio. Prima che un registratore è, quindi, un paio di occhiali. Sono stato contento quando mi ha chiesto di accompagnarla al Laboratorio. Aveva il desiderio di documentare il lavoro dei ragazzi e voleva ciò che avrei visto con i miei "occhiali". Io volevo avvicinarmi ad un modo diverso di vedere. Non mi sono mai preoccupato di ciò che guarda il soggetto mentre lo sto fotografando. Sono troppo impegnato su quello che vedo io. Questa volta non è stato così. Il soggetto, per me, era la visione stessa. Tutto il corpo partecipa al processo visivo. Al movimento, non soltanto del volto, è affidato un ruolo importante. La posizione che ciascuno di noi assume nei confronti dell'oggetto che osserva, come il corpo porta gli occhi in quella posizione, l'espressione del volto, tutto lavora perché la nostra percezione visiva risulti la migliore possibile. Se la vista è poi funzionale alla realizzazione di un'attività manuale complessa lo sguardo e il corpo si muovono continuamente e questa relazione fra visione e movimento risulta ancora più evidente. Sono entrato nel Laboratorio dei ragazzi con questo intento. Capire se il corpo, il suo movimento, le posizioni, le espressioni del volto, la manipolazione degli strumenti di lavoro, la forza fisica che viene impiegata, potessero darmi una qualche rappresentazione del loro modo diverso di vedere, modo che non riuscivo nemmeno ad immaginare. Alcune delle foto pubblicate in questo quaderno costituiscono i primi tentativi di orientamento su questo terreno così complesso e, al di là della componente ritrattistica, andrebbero osservate e criticate in questo senso. Altre vorrebbero testimoniare la ricchezza di questo rapporto che ho visto instaurarsi fra i ragazzi del Chiossone e l'espressione artistica che grazie all'Istituto e a Danièle ha preso la forma che abbiamo potuto apprezzare visitando la mostra delle opere. Oltre ogni considerazione sarò lieto se tutte le immagini che vengono qui pubblicate contribuiranno a rendere merito a questo progetto. Nota: Testo dal volume a stampa ISBN 88-902181-0-X edito nel 2005 da Cooperativa David Chiossone www.chiossone.net Genova